Chiuso il Climategate: verso Cancun senza più “doppie verità sul clima”?

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Venerdì, 9 Luglio 2010

 

Il quadro della squallida vicenda "Climategate" si chiude, quindi: ricapitolando le notizie di questi mesi, vediamo che prima è stato "assolto" l'americano Mann (a febbraio - vedi primo link in fondo alla pagina), poi l'inglese Phil Jones (ieri - vedi secondo link), e va contestualmente rammentata anche la conclusione (6 luglio) dell'inchiesta dell'agenzia olandese per l'Ambiente e della locale Accademia delle scienze riguardo agli errori contenuti nel 4° Report Ipcc, che segue tra l'altro le scuse pubblicate dal "Sunday times" per le immotivate accuse all'Ipcc di aver fornito stime errate sul trend climatico che potrebbe investire l'Amazzonia nei prossimi decenni.

In comune tra le tre inchieste c'è il fatto che le "assoluzioni" in termini di rigore scientifico degli studi pubblicati sono state tutte, però, caratterizzate dalla riserva della "non trasparenza": a Mann (e soprattutto a Jones, che non solo ha rifiutato di pubblicare alcuni dati ma che ha addirittura suggerito ai colleghi di cancellare alcuni file pur di far dispetto ai critici con cui era in corso una diatriba riguardo al "Freedom of information act" previsto dalla giurisprudenza anglosassone) viene attribuito un forte deficit di comunicazione della propria scienza, insomma, mentre all'Ipcc è contestata, insieme ad alcuni errori ritenuti però marginali nel quadro complessivo, una insufficiente sottolineatura delle basi scientifiche di alcune delle affermazioni contenute nel 4° rapporto sul clima.

Quanto esposto è sostanzialmente il lato dotato di possibili conseguenze positive all'interno della turpe vicenda che commentatori poco fantasiosi hanno voluto denominare "Climategate", facendo così immaginare - fin dal nome - una torbida storia di irruzioni notturne, servizi segreti e file climatici modificati a lume di candela: è infatti innegabile che negli scorsi anni sussistesse un eccessiva distanza, in termini comunicativi, tra molti degli scienziati "ufficiali" del clima e la fiumana di persone che, sul web 2.0, polemizza quotidianamente sul tema del cambiamento climatico, argomento che - insieme alla materia cugina, e cioè la meteorologia - è tra i più dibattuti sulle pagine della Rete.

Alla platinata "ufficialità" dei vari documenti prodotti dai centri di ricerca, e soprattutto a quella del vero e proprio "riassunto" di questi documenti che a cadenza pluriannuale viene pubblicato nei Rapporti Ipcc, corrispondeva una informale, mastodontica letteratura discussa quotidianamente sulla rete: e, al di là del fatto che a volte le ricerche condotte da un dilettante possono dare un effettivo contributo alla scienza "ufficiale" (come è successo ripetutamente nel dibattito sulla ricerca climatica), comunque il fatto che ricerche scientifiche e studi dilettantistici siano tendenzialmente imparagonabili in termini di attendibilità - grazie anche all'esistenza del meccanismo di peer-review - viene spesso vanificato dalla diffusa ignoranza sul tema e dagli stessi meccanismi che caratterizzano il dibattito in rete.

Hai voglia a dire "l'Ipcc-Onu non è un punto di vista, ma il riassunto dei vari punti di vista che ci sono", hai voglia a cercare di isolare dei punti fermi (cioè dei numeri) nel mare delle diverse opinioni: a qualsiasi affermazione rintracciabile nelle pagine di centri di ricerca climatica accreditati, e riportata su un forum di discussione, corrisponderà sempre un "link che dice il contrario" che lo "scettico" di turno non mancherà di proporre come contraltare agli "opprimenti" dati ufficiali: ed ecco che il dato dell'Ipcc viene posto a confronto con quello prodotto da think tank reazionari, magari quel N-Ipcc che fin dal nome si propone proprio come contraltare dell'organismo Onu, e che naturalmente con esso non ha niente a che fare, anzi è stato creato proprio per fornire un "link che dice il contrario".

E il problema non è tanto che esistano centri di propaganda e lobby di pressione politica, e nemmeno che essi producano documenti pseudo-scientifici (peraltro solitamente farseschi per metodo e merito delle proprie conclusioni) ma soprattutto che i media, anche quelli più autorevoli, tendono a presentare la questione come se davvero esistesse una "duplice verità sul clima": ed ecco che - vedi terzo link in fondo alla pagina - diventa possibile vedere sulle due reti ammiraglie della tv italiana (Rai uno e Canale 5) talk-show in cui climatologi di provata autorevolezza scientifica - come Giampiero Maracchi - vengono posti a dibattito non con altri climatologi, ma con opinionisti di estrazione conservatrice come il commentatore del "Giornale" Battaglia o addirittura con l'autore di "Le bugie degli ambientalisti", vera e propria pietra miliare dell'inglorioso percorso di negazione dei cambiamenti climatici e in generale della crisi ambientale.

E poi, al di là di quelli in buona fede, ci sono - e sono migliaia, forse milioni - quelli che in buona fede non erano proprio per niente: quelli, cioè, che (anche in Italia) hanno prima gridato per mesi allo scandalo (con relativi titoli a quattro colonne, e in un profluvio di punti esclamativi) per guadagnare quattro lettori in più, che poi non hanno dato in questi mesi le notizie relative alle prime "assoluzioni", e che ora vedremo se avranno perlomeno l'onestà di pubblicare le conclusioni dell'inchiesta. E ci sono anche quelli che - in ancora più "mala-fede" - hanno approfittato della vicenda per chiedere una ridicola (e inimmaginabile) marcia indietro nel contributo italiano alla lotta europea al cambiamento climatico, grazie ad una mozione (e ad un dibattito) parlamentare che resteranno negli annali della politica climatica. E quanto avvenuto in aprile a Palazzo Madama è analogo a quanto è echeggiato nelle stanze del Parlamento americano o, in modo minore a causa della maggiore serietà della destra inglese rispetto a quella italo-americana, di quello britannico.

Insomma, da una parte viene da auspicare che qualcuno (o meglio un gran numero di persone tra giornalisti, blogger e politici) chieda scusa, per aver ingannato il mondo fingendo invece di aver "smascherato l'inganno", e per aver dato un contributo determinante al fallimento degli accordi di Copenhagen. Dall'altra parte, comunque, sia le cicatrici che chiuderanno le ferite causate - dal Climategate e dalle accuse all'Ipcc - alla comunità scientifica e politica internazionale, sia le (reali) carenze in termini comunicativi e di trasparenza che le due vicende hanno evidenziato, porteranno sicuramente ad un approccio migliore da parte dei ricercatori e dei decisori politici: una evoluzione che dovrà interessare sia la scienza stessa del clima, sia soprattutto la comunicazione di questa scienza e la trasparenza del suo relazionarsi col pubblico (compreso il "popolo del web"), e che è da attendersi - e da sperare - potrà prendere corpo in occasione della conferenza "riparatrice" sul clima, che si terrà a Cancun (Messico) entro fine anno. (Riccardo Mostardini - greenreport.it)

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